Lemmi e rispetto 

Il prossimo che mi dice essere uno “psico-pedagogista” mi deve assolutamente esporre le due lauree relative: quella di psicologia e di pedagogia (entrambe magistrali almeno) altrimenti per me resta un “educatore/dottore in scienze dell’educazione con un cv che include molti esami di psicologia o uno psicologo che nel suo cv ha inserito esami di pedagogia”.
Non ci si possono inventare titoli ad hoc per definire una professione, in particolare se di aiuto alla persona, (lo so sono molto diretta e forte) ma a parer mio è “prendere in giro” o confondere gli utenti e le persone in generale che non sono dentro a certi meccanismi universitari e specialistici. esattamente Come dico io di essere una dott.ssa magistrale in sc. dell’educazione esperto in processi formativi e poi pedagogista clinico (=Klinè in aiuto alla persona) e mediatrice familiare (tutti dati che potete vedere nel mio studio) in seguito a specializzazioni private riconosciute dalla legge italiana, non c’è niente di male a dire che si ha una laurea, anche se di primo livello,  in sc.dell’educazione con un curriculum di studi declinato anche nelle materie psicologiche (ma resti un dottore in sc.dell’educazione…
[sabato11 aprile 2015 ore 19.00]

Grazie a questa su-scritta prima parte sulla pagina FB del mio blog è nato un confronto interessante a cui ha partecipato anche una gentile collega che non conosco la quale ha inserito un link molto importante, redatto dall’ordine degli Psicologi della Lombardia a tutela della loro professione:

dove si descrivono la figura della psico pedagogista di cui cito da pagina 7

Profilo dello Psicopedagogista

Lo Psicopedagogista si presenta come “figura di interfaccia interdisciplinare” tra la psicologia e la pedagogia (non potendo, per altro, tralasciare le intersezioni con le altre scienze umane) e per questo non appare un “professionista sconfinante”. Ricorda piuttosto un “connettore” tra saperi, metodi, esperienze e pratiche che hanno come focus le questioni e i contesti educativi e formativi con una sensibilità verso gli aspetti psicologici ed evolutivi. Tale connessione facilita le relazioni tra mondi professionali e sistemi organizzativi caratterizzati da codici e pratiche diversi, con lo scopo di costruire linguaggi condivisi e condizioni utili agli interventi.  La formazione sia psicologica che pedagogica consente allo psicopedagogista di farsi “traduttore” delle valutazioni della psicologia per poterle trans-ducere e mediare nell’intervento educativo e formativo avvalendosi di metodologie psicoeducative, didattiche e relazionali a favore di tutti i soggetti coinvolti nell’organizzazione scolastica. In ogni caso, la dimensione scolastica, per quanto sia il campo elettivo, non è l’unico campo di intervento dello psicopedagogista, che può essere coinvolto professionalmente anche in sistemi formativi e sociali nella loro accezione più ampia.   E’ un conoscitore sia delle dinamiche pedagogiche che psicologiche, un osservatore sistemico, un professionista in rete. Condizione imprescindibile, questa, per non incorrere nell’autoreferenzialità.

Lo sconfinamento professionale potrebbe ravvisarsi nei casi in cui lo psicopedagogista si presti a:
– intervenire o gestire individualmente situazioni di natura prettamente psicologico clinica e/o terapeutica;
– utilizzare impropriamente strumenti tipicamente riservati alla professione psicologica;
senza un’esplicita e accreditata formazione in discipline psicologiche (laurea) e l’iscrizione all’Albo degli Psicologi.
In ogni caso, è opportuno tener presente che anche lo psicologo, il quale scelga di intervenire in processi connotati educativamente, dovrebbe possedere un’adeguata e specifica formazione e un tirocinio in area pedagogica e evolutiva-sociale, questo per facilitare, pur nell’ovvia differenza, la condivisione di punti di vista, metodologie e pratiche nel fondamentale lavoro di rete con lo psicopedagogista.

Inoltre, lo psicopedagogista, se ha conseguito una formazione specifica e specializzante in DSA a livello universitario o in Scuole Accreditate, è un professionista che si occupa, anche a livello privato, della co-valutazione (non della diagnosi) di difficoltà e disturbi dell’apprendimento e della progettazione dei vari aspetti dell’intervento a favore del soggetto e delle sue reti.
Può occuparsi anche di formazione nelle organizzazioni, nell’ambito delle multiculturalità, dell’orientamento e ri-orientamento scolastico, lavorativo, professionale e di tematiche inerenti le disabilità in ottica inclusiva.

Dal nostro punto di vista, nella consapevolezza dell’assenza di un Corso di Laurea Specifico, per la formazione dello psicopedagogista è necessario fare riferimento ai seguenti quattro canali formativi oggi percorribili:

  • –  Doppia Laurea (discipline pedagogiche e psicologia)
  • –  Laurea in discipline pedagogiche + Master in Consulenza e Interventi psicoeducativi e organizzativi nella scuola

  • –  Laurea in Psicologia + Master e/o Diplomi di formazione ad indirizzo pedagogico
  • –  Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche ad indirizzo Psicopedagogico o Psicoevolutivo (che non sono presenti su tutto il territorio nazionale).

In qualche modo la figura ” a cavallo” viene sanata, come spesso accade in Italia, ma fino ad un certo punto in quanto è nei contenuti che il dottore in psicologia o pedagogia si può definire anche esperto dell’altra area solo in seguito a specializzazioni e perfezionamenti.

problem_solvingFin qui ho affrontato l’aspetto normativo.

Vogliamo parlare dell’effetto “confusione” che viene generato nelle persone????
Come pedagogista lotto da anni per il riconoscimento della nostra scienza e per la tutela dei suoi ambiti di intervento, per poi accogliere persone confuse da altri che credono che i doposcuola per gli apprendimenti siano “curativi”  e non “spazi per le ripetizioni legalizzate”, che per “guarire” dai DSA basti un trainer informatico o un computer con costosissimi programmi… mi devo “difendere” sempre meno (ma ancora) da insegnanti che manderebbero tutti i ragazzini fuori dal loro standard dallo psicologo perché hanno un problema di integrazione (senza mai andarci una sola volta loro per se stessi *) svalutando il potenziale di un intervento “solo” educativo, specialmente se olistico come è quello promosso dalla Pedagogia clinica in aiuto alla persona..

La passione e i risultati mi ripagano da anni di tanti sacrifici, aggiornamenti e “battaglie di frontiera” per promuovere la mission educativa e la scienza pedagogica come indispensabili elementi cui attingere nel sostenere le persone nel loro cambiamento.

Qui mi fermo..lasciando la parola a voi…colleghi, insegnanti, genitori..

* per chi mi legge per la prima volta: sostengo come molti di noi l’importante valore della consapevolezza di sé fatta attraverso percorsi privati, pubblici, supervisioni o gruppi peer to peer (purché in setting a-giudicanti).

3 pensieri riguardo “Lemmi e rispetto 

  1. L’ha ribloggato su frammenti di un discorso pedagogicoe ha commentato:
    come pedagogista spesso devo difendermi da numerosi attacchi da parte di altri professionisti che non riconoscono alla pedagogia dignità di scienza.
    Questo articolo esprime bene i punti della questione: ogni professione necessita di riconoscimento e rispetto. Sempre più psicologi si lamentano e accusano altre professioni di sottrarre loro spazio. Ma io mi chiedo: quello che invece hanno sottratto loro, occupando posizioni professionali connesse all’educativo e al formativo, non lo conta mai nessuno?

  2. Questione semplice e chiara, basterebbe semplicemente analizzare il termine “PSICOPEDAGOGIA” per capire che c’è qualcosa che non va, qualcosa di poco chiaro e definito oserei dire che è evidente…. sono due termini psicologia e pedagogia fusi insieme… è vero che sono due “discipline” afferenti, in vicinanza oserei dire, ma anche molto differenti, definite e chiaramente DIVERSE! Quindi chi necessita di utilizzare questo termine riferendosi alla propria formazione o professionalità ha a mio avviso il compito di chiarire e definire alla luce della propria formazione quelli che sono i suoi specifici titoli e soprattutto quello che offre alle persone che chiedono il suo aiuto. Perché credo, ogni intervento d’aiuto necessiti di un forte riconoscimento e definizione da parte di chi lo offre ma anche e soprattutto da parte di chi si mette in gioco nella relazione “lasciandosi aiutare”

Rispondi