Nidi, nuclei, famiglie. La creazione educativa.

Il mio post Da una figlia a tutti i papà uscito il 19 marzo ha promosso il riaccendersi di un’antica conversazione (ovviamente in chat, come si conviene a 4 edu-geek) fra me e le amiche di Metas, in particolare con Monica Massola con cui ultimamente giochiamo al rilancio edu-riflessivo (se ricordate bene l’ultimo è stato quello sul legame tra le difficoltà di scrittura e gli aspetti psico-motori dei bambini).

Così lei mi ha subito risposto con Bastasse il pannolino. Tra paternità, pratiche di cura, e questioni di genere:

I padri accolgono, con il corpo, con le cure fisiche, e con nuove gestualità i figli sin dalla nascita, a volte già dal momento del parto; e imparano con le donne e dalle donne alcuni significati della cura. Ma sono pronti a fare lo stesso processo che le donne conoscono bene, e soprattutto sono pronti a portare la riflessione su un piano più sottile e fine?

Partendo da questa domanda e dalle altre che si pone Monica voglio provare ad accompagnarvi verso un altro versante della questione con una storia:

nel ’70 c’era una giovane donna che si era appena sposata, una coppia che aveva voglia di conoscere il mondo e conquistarlo. Lui era un pensatore, poeta e creativo e lei una bambina che era sempre stata trattata da adulta. Lei lo convinse a finire gli studi per poi tentare di entrare in Banca e conquistare un posto fisso e solido. Nel frattempo lei lavorava come impiegata e si muoveva in bicicletta. Era felice. Quando tutti protestavano contro le aziende loro si sono opposti, perché già avevano un obiettivo creare un futuro di benessere l’opposto da quello in cui erano cresciuti, per questo credettero di non doversi far distrarre da nulla. Poi due anni dopo nacque una figlia, con un problema di salute preoccupante e solo grazie a lei e alla sua gentilezza, ottennero una cura farmacologica ancora elitaria per l’Italia ma ci vollero due anni ancora perché la situazione migliorasse. Nel frattempo lui aveva raggiunto la Banca che però lo costringeva a fare km e km ogni giorno e al suo rientro una bambina stizzosa, che complicava ogni cosa più semplice. Dai 9 mesi ad oggi la bimba non è mai stata fuori dal percorso scolastico (nido, asilo….) con difficoltà e disagi, insieme a successi e soddisfazioni di cui ha gioito in solitudine. Lei, la madre, ha vissuto sempre un equilibrio precario fra l’essere figlia di quella famiglia egoista e soffocante, essere moglie di un uomo idealista e ansioso di eccellere, essere madre di una bimba che voleva essere vista. Lui ha compiuto una scalata alle vette che ha permesso una sicurezza economica e culturale…ma…7a54790cfc41140e1f0eb8ea4385517a_medium

Oggi qualcuno direbbe che è colpa di lui che non ha fatto il papà che cambia i pannolini, altri difenderebbero a spada tratta quella giovane donna che come un’equilibrista ha cercato con affanno tutta la vita di essere tutte quelle parti di cui è composta.

Ma con lo sguardo dell’Educazione cosa possiamo osservare, chi è il soggetto sofferente? La bimba che voleva essere vista, nessuno l’ha guardata se non per ricordarle le fatiche che tutti stavano compiendo nel suo nome e per un suo futuro che nessuno poteva giurare sarebbe esistito.

Generare, dare alla vita cosa implica ?  E’ semplicemente creare un nuovo soggetto sociale o è partecipare alla nascita di un nucleo educante?

Famiglia è sinonimo per me, pedagogista clinico, di sistema aperto ai cambiamenti, un centro di raccolta nella quale vicino ai valori tradizionali possono essere presi in esame anche nuovi valori socio culturali, perché è un soggetto sociale che aiuta i suoi membri a progettare, destrutturare, riflettere affinché diventino parte attiva della società. Per fare questo la famiglia deve essere educante, promuovere opportunità di relazioni positive che interconnettano gli stili di vita di ciascuno dei componenti, soddisfare ogni bisogno affettivo e sociale, trasmettere sicurezze e coerenza individuale e sociale.

Se questo è famiglia, se il femminile e il femminismo hanno come dicono alcuni cambiato completamente il modo di approcciare alla donna facendole acquisire le stesse possibilità dell’uomo…

…come è possibile che ancora si parli di “maltrattamenti psicologici”, di “donne oggetto in pubblicità”, di “aver bisogno delle quote rosa”, di “necessitare di vocaboli femminili (la presidenTa)”, di “stipendi da equilibrare” e si conino nuove parole come “femminicidio”???

Mi chiedo e vi chiedo, non è anche peggio che ci siano uomini che si vantano di quanto sono bravi papà ( e sul web ne trovate ogni dove, direi che sia diventata una moda cool) perché cambiano i pannolini o fanno i biberon, giocano all’Xbox con i figli o li portano a calcio e magari ogni tanto gli fanno pure gli spaghetti, e quando in consulenza pedagogica gli chiediamo di descriverci come è la loro relazione con il figlio, come è loro figlio e la sua vita…ci guardano spaesati e cercano la compagna imploranti e privi di idee (siano coniugi che separati)…?

[…]Il padre che resta, che sa aspettare, quali siano le storie che hanno visto nascere i suoi figli, sa passare il testimone e mostrarsi cosciente del fatto che l’eredità non è soltanto un fatto di soldi; sa traghettare i figli nei passaggi cruciali così come, accompagnatili sul molo, li osserva fino a intravederli divenire un punto lontano. […] Nessun figlio apparterrà mai fisicamente al proprio padre, e disperata è l’ansia di maternità sostitutiva di molti padri.. L’attesa è una conquista della maturità umana e paterna. Noi uomini, scrive Demetrio, siamo poco abili ad attendere, poiché c’è ignota l’attesa di una gravidanza a noi negata. Attendere significa, per noi maschi, imparare a partorire simbolicamente, a educare senza far fretta ai figli[…] D.Demetrio, Figli in attesa di padri da Senza figli

– non voglio generalizzare, ma le analisi e ricerche in ambito di pedagogia della famiglia e terapia familiare parlano chiaro, un trend che indica l’aumento di mammi e la decrescita del paterno-

fecondazione-in-vitro-legge-40L’altra questione di cui voglio provare a riflettere è:

la scienza medica avanza e permette alle persone di divenire famiglia anche in situazioni che non potrebbero per condizione fisica ma la scienza pedagogica e la scienza psicologica stanno facendo ricerca alla stessa velocità?

Questi nuovi bimbi e nuovi genitori hanno qualcuno che è veramente preparato e aggiornato a sostenerli in questi particolari momenti? e nel momento in cui essi scelgono contro tradizione di essere “senza figli”  smettono di essere generativi?

[…]Essere senza figli, averli persi, aver abortito (sotto le pressioni delle circostanze avverse e cogenti, dei partner o in piena autonomia), decidere di non averne, non far nulla per concepirli a ogni costo:..espressione delle libertà civili di cui possiamo fruire. Culturalmente riconosciute e accettate oggi più di una volta[…]. Ci sono poi le storie di chi si sia accorto – troppo tardi- che sarebbe stato bello e vitale averne. Sono le storie di coloro la cui vita affettiva, a due, in coppia etero o uomo, sia stata pur nella mancanza, ricca e appagante. La presenza dei figli non è garanzia di pienezza coniugale, né di felicità in quanto tale.  Chi ancora può credere a simili favole belle? D. Demetrio, Nidi mai intrecciati da Senza figli

Infine, quale potrebbe essere una buona prassi educativa che permetta a quella bimba di cui narravo di essere vista ?

Intanto chi lavora e studia Scienze Pedagogiche

– dovrebbe smettere di educare ai generi, – dovrebbe progettare percorsi di educazione sessuale ed affettiva con i genitori e poi anche con i bambini, – dovrebbe occuparsi di contribuire alla consapevolezza di sé partendo dal proprio corpo come strumento di relazione con gli altri, – dovrebbe farsi supervisionare regolarmente per fuggire da situazioni di sbilanciamento e asimmetrie che possono nascere fra educator* e educand*.

Katia Cazzolaro nel suo blog si allarga su un altro aspetto importante :

E’ evidente che non  parliamo solamente  di conflitto costruttivo ma anche di conflitto trasformativo che chiama ad una esperienza di cambiamento. Un conflitto che in educazione serve per mettere in discussione un mondo pensato al maschile e che, agli educatori maschi, chiede anche un pensiero nuovo sull’ educazione. Il conflitto  non si ammorbidisce, non se ne prende “un pezzetto”, quello che rassicura e conferma magari nella propria “eccezionalità”. Paola Zarettti scriveva ieri un post interessante sulla categoria di uomo che avanza pretese di  eccezionalità’, un tipo di uomo abbastanza diffuso in educazione  quando esprime la costante preoccupazione di incarnare agli occhi delle donne la figura del maschio che fa Eccezione. “E’ forse necessario aggiungere che si tratta in definitiva della solita patetica guerra tra maschi per un primato la cui matrice fallocentrica non mente?”

Perché lo Psicologo bravo è maschio e la Pedagogista è femmina ancora oggi? Perché ci si sente in dovere di assumere un educatore maschio per alcune situazioni (non per tutte), quando potrei ottenere lo stesso ottimo risultato con un educatrice femmina altamente preparata?

Stiamo tentando di scrollare anni di conservatorismo ma la nostra cultura ne resta intrisa indelebilmente, solo le donne grazie alle rivendicazioni avvenute nei secoli passati (ed anche contemporanei se guardiamo al MedioOriente con recenti fatti di cronaca) hanno permesso un dibattito critico sui generi, sui corpi, sui limiti e le possibilità e pongono dubbi e domande non solo ai singoli ma anche ai governi, trasformandosi in continuo laboratorio di auto-ricerca personale.

Attendo altri a raccogliere la nostra riflessione per ampliarla. Grazie, Vania Rigoni

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